Un incontro con l’altro

Il counseling e il suo valore sociale

Di Alessandra Cecchinato
Allieva del primo anno del Corso triennale di formazione in Counseling Professionale di Collage Counseling

Da piccola vivevo in un mondo con le sbarre, eterodiretto, in cui non esistevano relazioni, in cui il disagio e il malessere che provavo potevano essere solo una malattia, non un’occasione di “uscita”. E di certo nessuno ci entrava in quel mondo, venendomi a parlare di maieutica, e di quante risorse e potenzialità io potessi avere dentro di me per fuggire.


Nessuno ad ascoltarmi, a comprendermi e ad accettarmi per quello che ero, solo un paio di amici immaginari e un gatto: il mio contatto con l’esterno, la proiezione su un mondo che immaginavo e sognavo. Erano la cura alla sterilità del non incontro, del non poter entrare in relazione, del non essere ascoltata, e forse della solitudine.
La mia fortuna era, rifacendomi al pensiero della psicologia umanistica, avere in me delle risorse (che allora non vedevo o non sapevo di avere), delle spinte creative, ma soprattutto degli “ideali” allo stato embrionale, che sarebbero poi diventati la caratterizzazione di ciò che sono.

Sono riuscita lentamente a far uscire da quella gabbia la libertà di pensiero, di espressione e di azione, senza vergognarmi di esporre la mia sensibilità e vulnerabilità, di essere me: un essere umano con un corpo, emozioni e pensiero.
Dal pensiero all’azione, alla responsabilità delle mie scelte, all’autonomia, alla libertà di poter disegnare la mia vita. Volevo fortemente la mia unicità e individualità rispetto a un essere altro che non era assolutamente accogliente, ma schiacciante e limitante.

Da qui la mia voglia di scoprire e comprendere l’altro, una curiosità infinita di esplorazione dell’altro da me, un’innata propensione a viaggiare nel mondo. Una passione che mi porta, nel mio lavoro attuale presso il Comune di Milano, a occuparmi di Cooperazione Culturale, e che mi ha spinto a iscrivermi, a gennaio, a un corso triennale di formazione in counseling.

Questo è per me il counseling: un lungo e bellissimo viaggio – con tutto ciò che il viaggio comporta – dove partire è stare meglio, e il restare e il camminare sono chiarimento, pozzo da cui attingere risorse per superare momenti difficili.

Perché in ogni viaggio ci sono momenti difficili, e questi ne fanno, alla fine, qualcosa di potentemente costruttivo. Perché io mi costruisco sempre, sono sempre in evoluzione e in movimento. Il viaggio non fornisce soluzioni ma strumenti per arrivarci, perché dentro di noi abbiamo ciò che serve per camminare, esplorare, volare.

Il counseling è un incontro con l’altro da sé, è entrare in empatia, è essere un altro me. L’altro è essenziale nella mia vita e l’empatia diventa il solo modo di affrontarla, diventa un linguaggio esistenziale, l’unico universale.
Come dice Niccolò Fabi nella sua canzone: “Io sono l’altro./Quello che il tuo stesso mare/lo vede dalla riva opposta”. E ancora: “Quelli che vedi sono solo i miei vestiti/adesso vacci a fare un giro/ e poi mi dici…”

Questo cercare di entrare nei vestiti degli altri mi ha portata a essere sempre particolarmente attenta all’altro, ad ascoltarlo attivamente, a creare davvero un “setting” accogliente e speciale, dove anche il silenzio ha un valore e le emozioni trovano spazio, riconoscimento, collocazione.

Come dice Roberto Assagioli, dove ci sono dei valori di atteggiamento si possono vedere le cose negative, ma ho la libertà di poter scegliere quelle positive.
E allora – lavorativamente parlando, ma non solo – mi sono messa nei panni di ragazzi autistici, down, disabili… di bambini tristi, soli, emarginati, bullizzati, poco amati.
E poi nei panni di chi “arriva dal mare”, per poter raccontare in modo positivo la pluralità e la ricchezza dei loro mondi di provenienza ma anche gli influssi e i meticciamenti che creano un nuovo modo di vivere, una città diversa, umana.

Perché il counseling ha per me una valenza sociale: perché mi aiuta a star meglio con me stessa e di conseguenza con gli altri. E se noi stiamo meglio, stiamo meglio anche nella società, perché diventerà migliore.

Non solo: il counseling ha una dimensione noetica e una valenza politica, perché se stiamo meglio e sappiamo esprimere i nostri bisogni e desideri sappiamo stare nella polis, partecipiamo attivamente alla vita collettiva e aiutiamo a creare un bene comune.

Eticamente parlando, ci autorealizziamo al servizio della vita, nel senso indicato da Abraham Maslow: ci conosciamo meglio per poi riconoscerci parte della società in cui si vive, dell’umanità.

Il counseling è per me tutto questo, una relazione di aiuto per noi e per gli altri, la creazione di una dimensione umana e ricca di uguaglianza, dove l’unica cittadinanza possibile, come dice Edgar Morin, è quella terrestre.

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