Piacere o non piacere?

Riflessioni sulla creatività stimolate dalla lettura di Lowen

di Andrea De Crescenzo

allievo del terzo anno di formazione in counseling professionale di Collage

Decisamente non piacere, anzi non ho trovato nulla di nemmeno lontanamente piacevole nel leggere il libro di Alexander Lowen intitolato Il Piacere, lettura obbligatoria nella mia formazione triennale in counseling. La reazione immediata è stata quella di prenderlo e lanciarlo contro un muro: un odio profondo e viscerale. E questo succede anche quando leggo citazioni sue in libri di altri. Questo odio profondo continua fin dal primo anno, quando ho letto il testo Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica, il suo manuale di esercizi pratici.

Ora, una volta espresso questo sentimento, mi fermo e penso: che cosa trovo di così fastidioso? Ci sono almeno due fattori, la forma e il contenuto.

Partiamo dalla forma. Trovo il modo di scrivere di Lowen frammentario: continue frasi molto semplici, a volte addirittura banali, dove arriva subito il punto a terminare la sua debole se non assente argomentazione. Non c’è spiegazione, non c’è discussione, si dice e si pensa così, punto. Questo mi ha reso penosa la lettura, a ogni punto che trovavo partiva la voglia di lanciare il libro, e dal momento che i punti sono infiniti si capisce bene l’effetto che può avere avuto su di me. Non è solo una nota di stile grammaticale; ipotizzo, almeno dal poco che ho letto di lui, rappresenti il modo di essere e comunicare di Lowen in generale: “è così, l’ho detto io, io sono il capo, l’ideatore, seguitemi ciecamente”.

Ovviamente dovrei conoscerlo di più, ma il giudizio parte a razzo. E il mio fastidio si spiega: immagino una persona che non concede flessibilità o interpretazioni divergenti, è tutto bianco o nero.

Di fronte a questo mi inalbero come davanti a un estremismo religioso. Probabilmente in passato sono stato inflessibile e ne porto ancora il ricordo, o addirittura quel modo di essere è ancora dentro di me e questo accentua il fastidio che provo verso quella che percepisco come inflessibilità altrui, specialmente in qualcuno che ha ‘potere’ e ha molto persone che lo seguono, ammirano e amano.

In questo penso si possa vedere anche il mio lato invidioso (per chi conosce l’Enneagramma, sono un 4), che è faticoso da ammettere. Provo molto fastidio verso un testo giudicato da molti come importante, addirittura fondamentale per la comprensione della bioenergetica, che da me è valutato come di bassissimo valore e che invece ha successo. Questo è un altro punto che posso mettere a fuoco: il fatto che qualcosa o qualcuno abbia successo, nonostante io non lo ritenga degno, mi genera rabbia. Aggiungo che ho fatto delle verifiche e non sono l’unico a non apprezzare il libro; ma a nessuna delle persone che ho contattato ha provocato una reazione forte come a me.

In tutto ciò quindi vedo che si manifesta la mia ribellione verso il dogmatismo, il fanatismo, la pseudoscienza (o quella che io ritengo tale). E qui entra in ballo anche il contenuto.

Perché, anche se Lowen intendeva creare una ‘scienza’ della bioenergetica (e questo è apprezzabile, lo aveva voluto fare anche Freud per rendersi credibile nel mondo scientifico), per buona parte del testo fa delle affermazioni senza sostegno di dati né di citazioni bibliografiche di lavori svolti da altri. Per me, che ritengo il ‘metodo’ scientifico fondamentale in ogni campo della scienza, leggere opinioni personali (spesso mi sembrano solo tali) passate come verità oggettive e assolute mi fa emergere una profonda rabbia. Senza contare la vaghezza delle fonti: tanti paragrafi iniziano con “come tutti sanno”, “è risaputo che”, “è ovvio che da questo consegue quest’altro”, e così via.

Che cosa posso dunque farmene di questa lettura? Al di là degli aspetti critici, ho cercato di prenderne spunti utili, andando un po’ oltre, e di interrogarmi su quell’approccio creativo alla vita di cui parla Lowen.

Nonostante il mio disaccordo con le sue affermazioni assolutistiche, non rinnego affatto l’approccio bioenergetico, anzi, cerco di trarre stimoli dal piacere e dalla creatività, per me stesso e per i colloqui di counseling che propongo come tirocinante in formazione. Non mi serviva Lowen per dirmelo, ma ho provato a trarne comunque spunto.

E infatti mi osservo spesso citare nei colloqui le parole ‘piacere’ e ‘creatività’. Il termine ‘piacevole’ ha preso il posto della parola ‘giusto’ nel mio linguaggio da counselor e anche nella mia vita personale. Nei momenti in cui sto per pronunciare una frase tipo “questa cosa è giusta per te?” mi correggo al volo, chiedendo se quella esperienza si muove nel campo del piacere, o frasi simili. E per me stesso è un modo di staccarmi dal giudizio preconfezionato e lasciare spazio al corpo, inteso come sistema integrato che permette di andare nella direzione dello ‘stare meglio’.

La parola creatività mi appartiene ormai da anni, almeno da quando ho iniziato a danzare Contact. Devo dire che prima, ovvero all’incirca fino ai miei 30 – 35 anni, mi sono sempre sentito una persona assolutamente non creativa, non romantica, molto razionale (sono un ingegnere!), bravo nel fare le mie cose specialmente in campo scientifico e pratico, mai artistico.

Da quando ho iniziato a danzare sono riuscito, non senza fatiche, ad aprirmi invece alla parte creativa attraverso il movimento. E quello che ho notato è stata una reazione a catena: lasciarsi andare alla creatività fisica mi ha dato accesso alla creatività mentale e ideativa, ha fatto spazio all’immaginario.

Ho anche osservato quanto le due cose (il movimento e la creatività) fossero collegate, specialmente nei periodi in cui non potevo praticare Contact. Su di questo mi sono confrontato con altri danzatori e ho notato che è un sentimento condiviso: fin quando si danza, ci si allena fisicamente, si sta immersi nell’ambiente, anche la creatività, la capacità di inventare nuove lezioni e nuove coreografie è attiva e funziona. Nei periodi in cui sono stato fermo, quasi mi dimenticavo di esserne capace, anzi ne perdevo proprio il senso, per poi riscoprire le mie capacità creative solo una volta rimesso in moto il fisico.

Da questo posso trarre l’insegnamento che anche la creatività, come molte altre cose, è come un muscolo, che va allenato, nutrito e fatto riposare quando ne ha bisogno.

E, come per la danza, anche la meditazione o mindfulness è una capacità che ha bisogno di pratica e di continuità. È un po’ come allenarsi a correre, di giorno in giorno, un pochino per volta, in modo da acquisire la capacità di stare, anche nella fatica. Stare in qualsiasi situazione che la vita ci porta ad affrontare.

NOTA: Nella foto di apertura, Andrea De Crescenzo solleva Javier Cura; nella foto centrale è con Camilla Cardente; nell’ultima in basso, con Irene Sposetti.

 

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