La mia “Unicità”

 

Riflessioni sull’Enneagramma

di Georgia Dovera,
allieva del primo anno del Corso triennale di formazione in counseling professionale di Collage Counseling

L’Enneagramma mi affascina enormemente, mi ha catturata da subito e ancor più approfondendolo con gli incontri del percorso online e la lettura del testo di Helen Palmer, che mi è piaciuto molto.

E gli accadimenti galoppano, soprattutto quelli interiori. Sono al primo anno di formazione in counseling professionale, non mi sento già più la persona che ero sei mesi fa, non mi viene più immediato focalizzarmi subito e solo sulla mia (presunta) inadeguatezza e su quanto le cose possano essere difficili e faticose.

Ora sono in uno stato di meraviglia, dovuto a più accadimenti, anche e soprattutto interiori: mi sono detta che potevo permettermi di sbagliare e di fallire, ma che avrei anche potuto concedermi di farcela e che valeva la pena tentare, se non altro per “sbloccare” la sabbia mobile in cui mi ero infilata da sola e perché la guerriera che mi porto dentro non può scappare davanti alle paure; ho riflettuto sul fatto che tutto quello che mi ha messo a disagio a scuola ha profonde radici nel passato remoto e ha a che fare con la mia rigidità, che ho peraltro avuto l’occasione di “incontrare” proprio pochi giorni dopo nello studiare le strutture caratteriali; ho iniziato il percorso di counseling individuale che si deve fare il primo anno di scuola e il primo tema emerso e “lavorato” è stato la mia severità, tema su cui sto ancora lavorando, e chissà per quanto; sto facendo, dunque, riflessioni, ma soprattutto esperienze di apertura, morbidezza, grande emotività, tanta roba che fa piangere e più piango più la corazza si “scioglie”.

Che cosa c’entra tutto questo con l’Enneagramma? Tutto e niente.

Sapevo già come sono fatta, ma la mia personalità ce l’ho così tatuata addosso che non avevo mai provato a immaginarmi senza tatuaggi, ossia com’ero prima, quand’ero “pura e incontaminata”. Avrebbe potuto accadere in un altro momento, o anche con un altro strumento, invece è stato qui e ora e con l’Enneagramma.

Le premesse di Helen Palmer nel suo libro sono state davvero musica per le mie orecchie perché c’è tanto di esoterico, animico, ancestrale; leggere la descrizione degli enneatipi ha funzionato come un diapason: quando ho letto quella dell’Uno ho “sentito”, più che capito, che ero io. Leggere gli altri invece mi ha un po’ annoiato… e anche questo dice cose.

Ma fare contemporaneamente anche il percorso “Conoscersi con l’Enneagramma online” con gli esercizi pratici è stato rivelatore, detonante, deflagrante. All’inizio mi sono sentita sola, poi ho incontrato un altro Uno, poi ho lavorato con diversi Uno, poi ho sentito affinità con un Cinque, poi con un Due, ho fatto pure una tripletta con un Nove… Mi sono potuta riconoscere, rispecchiare, ritrovare, mi sono percepita con compassione e giudicata con benevolenza.

Giudicata sì: sono un Uno, non potrò mai smettere di giudicare e giudicarmi, fa parte di me, ma posso conoscere il mio (severo) giudice interiore e farci amicizia, in modo che non sia sempre fonte di disagio e frustrazione. Gli altri Uno mi sono simpatici, quindi anche io posso essermi simpatica. Faccio parte di un gruppo: non sono più sola.

Questa riflessione, insieme a quelle sull’unicità (basta sentirmi “diversa”, provo a riconoscermi “unica” e osservo che se sono unica io lo sono anche tutti gli altri; quindi, nella nostra preziosa unicità, siamo, alla fine, anche un po’ tutti uguali) mi ha rivoltato come un guanto.

L’universo ha subito capito, nella sua immensa saggezza, di che cosa avevo bisogno, che cosa stavo “chiamando”, e mi ha mandato le esperienze giuste per affrontare questo passaggio: due compagne di scuola mi si sono avvicinate, abbiamo sentito affinità, abbiamo fatto gruppo, ci siamo confrontate e rispecchiate e io, grazie soprattutto a una di loro (un Due, una delle mie ali), ho sperimentato la mia morbidezza, il poter ridere della mia rigidità, il non prenderla troppo sul serio, il fatto che può anche non risultare per forza sgradevole e quindi anche io posso “volerle bene”.

Posso essere me stessa, ma più consapevole. E gli altri non è detto che si allontanino, il che equivale a dire che non è detto che io li tenga a distanza. Questa è la magia della relazione: come io sto con te influenza come io sto con me… che, a sua volta, influenza ancora come io starò con te tra 5 minuti, e così via in una continua e costante danza evolutiva, dentro e fuori, inspiro ed espiro, luce e ombra.

Non è davvero più necessario che io mi difenda sempre, ci sono anche altre modalità, ma per capirlo dovevo vedere l’armatura che mi sono messa tanto tempo fa, per mille ragionevolissimi motivi, e che mi pesa, mi limita, mi condiziona. È il perfezionismo, la fissazione dell’Uno (non a caso detto “il perfezionista”), che solo così può far fronte al proprio profondo senso di inadeguatezza, nato quando da piccolo è stato bombardato di critiche e severità.

Per evitare il dolore di essere demolita pretendo da me stessa l’impossibile e spesso lo pretendo anche dagli altri, quantomeno nella subdola forma del pensarli sempre inetti in qualcosa. Questo che cosa causa ? Altro dolore. La soluzione causa lo stesso danno del problema. Quindi era ora di uscire dal loop, di scoprire che in mezzo, tra l’inadeguatezza e il perfezionismo, ci sono la serenità e l’accettazione, virtù e idea sana dell’Uno, che bilanciano questi opposti e danno pace e riposo della mente.

Concetti che da tempo ricerco e pratico (con lo yoga, la meditazione, varie tecniche di crescita personale, esercizi di centratura, il contatto con la natura, il prendermi cura di me, l’affidarmi, il ringraziare) perché ne ho sempre tanto sentito il bisogno, l’anelito. Quando sono li, nella serenità e nell’accettazione, c’è l’equilibrio e sono davvero IO completa. Magari dura poco, ma so che posso tornarci sempre perché mi appartiene.

Ho visto, grazie all’Enneagramma, le parti di me in quanto parti, sapendo che c’è dell’altro, molto altro. Ho avuto una spiegazione chiara e razionale (Gurdjieff si rigirerebbe nella tomba) di come mi partono in automatico reazioni e difese, comportamenti e rituali, emozioni e sensazioni, con la magnifica certezza che contengo anche l’esatto opposto delle mie nevrosi. Ho il veleno e ho l’antidoto. Ho tutto. Ora bisogna sperimentare e darsi.

Nota: le immagini raffigurano opere di Jon Foreman, artista di Land Art

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