Diventare compagni di viaggio

Sulle orme di Irvin Yalom

di Barbara Fortunati,
allieva del terzo anno del Corso triennale di formazione in counseling professionale di Collage

Nel suo interessantissimo Il Dono della Terapia, Irvin Yalom (1931), psicoterapeuta americano autore di numerosi saggi e romanzi filosofici di grande interesse, afferma che l’incontro con le persone che intraprendono un percorso di conoscenza di se stesse è un lavoro impegnativo ma che fornisce, anche a chi lo conduce, l’opportunità di evolvere, crescere, essere più consapevole.

Diventare compagni di viaggio con il cliente, insegnare l’empatia, stare nel qui e ora, essere autentici, agevolare la responsabilità personale: sono solo alcuni degli insegnamenti che Yalom trasmette, portando esempi pratici degli incontri condotti durante la sua vita professionale ed evidenziando come ogni persona lo abbia arricchito profondamente dal punto di vista umano.

Il suo testo, lettura obbligatoria nel mio percorso formativo, si è rivelato un saggio esperienziale ricco di spunti tecnici e di vita. Mi sono lasciata prendere per mano dall’autore e condurre dentro la sua esperienza terapeutica, cogliendovi suggerimenti utili per gestire l’incontro con i miei clienti di tirocinio dal punto di vista professionale e aspetti della vita dell’autore che mi hanno stimolata a fare alcune riflessioni personali.

E anche se nel libro si parla di percorsi di psicoterapia, ho capito il senso di leggerlo anche dal punto di vista del counseling, perché di fatto Yalom introduce una sua visione della relazione d’aiuto che con il counseling ha moltissimo a che fare, sottolineando l’importanza di stare il più possibile nel qui e ora, riconoscendone l’efficacia per la risoluzione di alcune situazioni e l’immediatezza per facilitare insight.

Diversi passaggi mi hanno stimolato, come la citazione da un testo di Rainer Maria Rilke (dalle Lettere a un giovane poeta), a proposito dell’accanimento di alcuni terapeuti nel voler dare risposte ai dubbi del cliente. Incuriosita, ho cercato il testo originale e riporto qui interamente il paragrafo, perché a mio avviso permette di soffermarsi su uno dei punti cruciali sia del percorso di counseling con un cliente, sia del proprio percorso di crescita personale. L’ho sentito vero per me e penso lo sia per molte altre persone. “Abbia pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore e cerchi di amare le domande stesse, che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera. Non cerchi ora le risposte che non possono esserle date, poiché non sarebbe capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Ora viva le domande. Forse un giorno lontano, piano piano, senza che se ne accorga, si troverà a vivere fino la risposta”.

A volte infatti nella relazione di counseling può succedere di interpretare gli stati d’animo del cliente, o di fornire risposte e soluzioni rispetto a ciò che appare evidente, trascurando però così l’importanza che la persona rimanga in uno stato di incertezza e di ascolto, necessario per favorire il sorgere spontaneo di una risposta e di una verità interne realmente funzionali.

Questo affanno nel cercare di risolvere ciò che non capiamo, e nel volere a tutti i costi risposte con le quali poi non saremmo in grado di convivere nel qui e ora, mi muove riflessioni anche sul piano personale.

Negli anni mi sono educata a concedermi del tempo per comprendere aspetti meno chiari di me stessa: ci entro, sento la necessità di analizzarli e coglierne i diversi aspetti, ma sento anche buono rimanere in uno stato di attesa, senza necessariamente avere subito chiarezza. Non è una mia zona di comfort, e non a caso ho usato il termine “mi sono educata”, perché stare nell’attesa e nell’incertezza comporta fatica. Tuttavia in questi ultimi anni, grazie anche al percorso di counseling, ho imparato ancor più a concedermi dei tempi dilatati rispetto ai miei punti di domanda esistenziali, accettando di stare nel “non so” e lasciando che le risposte seguano un loro naturale percorso.

Penso meno e cerco di stare maggiormente in ascolto di quello che sento del mio corpo, lasciando emergere emozioni, immagini, pensieri che questo ascolto profondo mi porta. In questi momenti mi sento come un terreno arato e pronto a ricevere, dove a volte semino consapevolmente, altre volte cadono nel solco preparato per la semina dei semi inaspettati, portati dal vento. Non so cosa germoglierà, quale pianta o fiore; poco importa, perché so che l’attesa mi ha sempre donato nuovi frutti.

La frase di Rilke citata da Yalom, “Abbia pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore e cerchi di amare le domande stesse”, mi ha evocato anche un’opera di Gustav Klimt, autore scelto per illustrare la copertina del libro Il Dono della Terapia. Nel mio caso si tratta di L’Albero della Vita, opera composta da tre pannelli. Al di là del messaggio che l’artista vuole trasmettere attraverso la sua composizione, l’albero rappresenta da sempre, simbolicamente, conoscenza e vita, che io amo tradurre come conoscenza di me stessa, di come mi porto nel mondo, delle relazioni che sviluppo con gli altri.
La domanda che sorge è “sto vivendo la mia vita nel modo giusto?”.

E qui mi ricollego a un altro concetto espresso da Yalom nel suo libro: l’importanza di “aiutare i clienti ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, senza vivere nel rimpianto”. Che cosa posso fare, nel qui e ora del mio presente, di ciò che è stato il mio passato? Il passato non lo posso cambiare, ma il futuro deve ancora arrivare.

Yalom cita Friedrich Nietzsche, riprendendo un brano dal libro IV de La Gaia Scienza (aforisma 341): “Che cosa accadrebbe se un giorno o una notte, nella più solitaria delle tue solitudini, si insinuasse un demone e ti dicesse: «Questa vita che vivi adesso e che hai vissuto, dovrai viverla ancora innumerevoli volte; e non ci sarà niente di nuovo, in essa, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e tutto quello che in essa c’è di indicibilmente piccolo e grande deve tornare, e tutto nella stessa sequenza e successione – persino questo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e persino questo istante e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene girata di continuo -, e tu con essa, infimo granello di polvere!». Non ti getteresti a terra e digrigneresti i denti e malediresti il demone che parla così? O hai già vissuto un attimo di immensità in cui gli risponderesti: «Tu sei un dio, e mai ho udito parole più divine!». Se quel pensiero si impadronisse di te, come sei adesso, ti trasformerebbe, forse stritolandoti; la domanda «Vuoi che tutto ciò accada ancora una volta, innumerevoli volte?» sarebbe il più grande peso mai gravato sul tuo agire! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare nient’altro che quest’ultima, eterna conferma, questo sigillo?”.

La riflessione di Yalom è che se maledici il demone che ha parlato così, se odi l’idea di ripetere la tua vita come l’hai vissuta (cioè come hai scelto di viverla), allora c’è solo una spiegazione: non stai vivendo la tua vita, la tua unica vita, nel modo giusto. È un’affermazione categorica, mirata a stimolare il processo di cambiamento nel cliente. E tornando a me, tornando ai miei semini portati dal vento, sento che invita me a permettere il germogliare di nuove piantine, di ciò che ritengo buono per me.

Un altro spunto di riflessione nasce dal primo e terzo pannello dell’opera L’Albero della Vita, dove sono dipinti, rispettivamente a sinistra e a destra dell’Albero centrale, una donna con la testa rivolta verso destra, che per l’autore rappresenta l’Attesa, e una coppia in un Abbraccio, simbolo di una sorta di ricongiunzione tra anticipazione e riconciliazione, in questo caso, degli amanti. Ma a me piace interpretare questa immagine come un’attesa e una riconciliazione con se stessi: darsi la possibilità di stare nell’incertezza del non sapere, e riconciliarsi poi con sé, permettendo il sorgere di una nuova consapevolezza, attraverso l’emergere spontaneo dell’insight giusto.

Il sostegno positivo fornito dal percorso terapeutico o di counseling è di grande aiuto; Yalom sottolinea l’importanza che terapeuta e paziente (counselor e cliente, diciamo noi) siano compagni di viaggio, che affrontano insieme le luci ma anche le oscurità che la vita comporta. Siamo dei compagni di viaggio, quindi sullo stesso piano, perché le vicissitudini dell’esistenza risuonano sempre sia nel cliente sia nel professionista che lo accompagna, portando un nuovo tassello nelle proprie esistenze. Uno dei valori principali del rapporto con il cliente è essere lì, presente, in ascolto attivo ed empatico, trasmettendo un sostegno autentico. Yalom, a fronte della sua lunga esperienza, evidenzia come, anche a distanza di anni, la maggior parte dei pazienti, ripensando al proprio percorso, non ricordano gli insight o le interpretazione del terapeuta, ma le sue espressioni di sostegno positivo.

Infine, tornando al quadro di Klimt, voglio soffermarmi su un ultimo elemento, anch’esso significativo: sui rami dell’albero si trova appollaiato un uccello nero, unica “macchia” scura del dipinto, che sembra quasi stonare nella magnificenza dei colori. Rappresenta la minaccia sempre presente della morte, che per Yalom è sempre presente anche in ogni percorso di terapia. Interessante il concetto di simmetria tra il tempo prima della nascita e quello dopo la morte, che Yalom riprende da Epicuro e poi da Vladimir Nabokov (nella sua “autobiografia rivisitata” Parla, ricordo): “La vita non è che un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra”. Queste due pozze di tenebre sono come due gemelli identici ai quali ci relazioniamo in maniera totalmente differente: ci soffermiamo sulla seconda, stando continuamente nella paura di morire e di ciò che potrà accedere dopo, e prestiamo poca attenzione alla prima, più “benigna e confortante”.

Yalom arriva alla conclusione che esista una profonda correlazione tra il livello di angoscia della morte e la propria autorealizzazione. E se il lavoro del terapeuta (del counselor) è anche quello di aiutare il cliente affinché diventi ciò che è, realizzi se stesso, da qui la domanda iniziale “Sto vivendo la mia vita nel modo giusto per me?”.

Un invito, per me, personale e professionale, a far buon uso degli strumenti che ho a disposizione per realizzare me stessa, a conoscermi e accettarmi, ad accettare anche la morte come parte integrante alla vita. E oggi ancora di più, in tempi in cui il contatto con la morte, per l’emergenza pandemia che sta sconvolgendo le nostre vite e mettendo a soqquadro tutte le nostre certezze, ci costringe ad attingere con ancora maggiore responsabilità a tutte le nostre risorse.

 

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