Ci fai o ci sei?

Ci fai o ci sei? È quello che – senza necessariamente esplicitarlo – il 99% dei partner pensa dell’altro quando non si sente capito. E non sentirsi capiti per molti di noi è quasi peggio che non sentirsi amati. Eppure, nel gioco delle coppie – o, più in generale, delle relazioni one-to-one – la reciproca comprensione, pur fondamentale, non è affatto scontata.

Chi non ha mai provato l’esperienza di non sentirsi capito o capita rispetto a “verità” assolutamente evidenti e inconfutabili, che tali non appaiono, invece, al partner? In questi casi, e tanto più quanto più il legame è forte, l’incomprensione da parte dell’altro appare… inconcepibile! E se la negazione dell’evidenza persiste, viene percepita come una dimostrazione di idiozia o di perfidia. O ci fai o ci sei, appunto.

E non dobbiamo pensare che alla radice dei conflitti di coppia ci stia la differenza di genere: è vero, ma solo in parte (anche perché, se così fosse, non si spiegherebbero litigi e conflitti nelle coppie omosessuali). Se è innegabile che uomini e le donne hanno due diversi modi di pensare, di comunicare, di essere in relazione, di amare (ricordate Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere?), in realtà una delle cause principali di incomprensione, contrasto e conflitto nelle coppie è legato al fatto di essere caratterialmente diversi, a prescindere dal genere. E se la diversità, come dice la saggezza popolare, è il sale della relazione, nel profondo crea una serie anche profonda di difficoltà, di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli.

I contrasti caratteriali emergono in ogni tipo di relazione – con i genitori e con i figli, con gli amici e i colleghi, i dipendenti e i capi… – ma è con il partner che emergono di più. Perché è nella sfera dell’amore che si gioca la nostra stessa identità, il nostro bisogno primario di affetto, comprensione e riconoscimento. Quel bisogno che, spesso, non è stato soddisfatto come avremmo voluto dai nostri genitori e che, ormai adulti, resta un desiderio inappagato. La relazione di coppia diventa infatti il terreno su cui si gioca la partita a scacchi tra i nostri caratteri: aspettative, bisogni, desideri che di solito sono sconosciuti prima di tutto a noi stessi.

Ma che cos’è il carattere? È la “struttura di personalità”, paragonabile a un’armatura o corazza invisibile che costruiamo fin da piccoli nel processo di adattamento precoce con l’ambiente. Una struttura inconsapevole: il modo migliore che abbiamo per gestire il nostro essere nel mondo e rispondere agli input provenienti dall’esterno – ovvero, fondamentalmente, alle esperienze vissute in famiglia, in primo luogo con nostra madre, poi con il padre, eventuali fratelli, ecc.

La nostra storia, infatti, purtroppo non è stata sempre rose e fiori. È una storia che ci ha segnato e nella quale i nostri bisogni fondamentali – di nutrimento, amore, comprensione, assertività, riconoscimento, autonomia – spesso non sono stati appagati e in certi casi del tutto frustrati. Per alcuni di noi, alcune esperienze vissute da piccoli, quando eravamo più fragili e sensibili, sono state addirittura traumatiche e hanno provocato molta tristezza, molta paura, molta rabbia.

Crescendo, le nostre difese caratteriali tendono a rinforzarsi incontrando esperienze successive e diventano sempre più rigide, facendoci assumere atteggiamenti e modalità di risposta che, nel corso degli anni, diventano ripetitive, standardizzate, automatiche: è la personalità con cui ci presentiamo al mondo e sulla base della quale interagiamo con gli altri. I nostri comportamenti, così, si rivelano inadeguati alle situazioni o addirittura disfunzionali e interferiscono con le nostre relazioni.

Ma li perpetuiamo come se non potessimo farci niente. Chi non ha mai detto, almeno una volta nella vita, «Sono fatto così»? È una delle frasi dietro la quale ci barrichiamo per giustificare proprio la non congruenza delle nostre reazioni alle situazioni: che agli altri appare lampante, mentre noi fatichiamo a rendercene conto. Come se portassimo in giro la nostra “corazza” senza più sapere di averla indosso… mentre gli altri la vedono! E ciò appare lampante soprattutto a chi con noi vive ogni giorno, condividendo gioie e dolori della quotidianità. Perché caratteri diversi usano linguaggi diversi, come se uno parlasse arabo e l’altro cinese. E il problema di linguaggio, o meglio di messaggi, diventa un problema di comunicazione e di relazione.

Ecco perché uno strumento formidabile per lavorare su tematiche relazionali – in ogni ambito, privato o professionale, affettivo o organizzativo – è l’Enneagramma: una mappa di personalità che permette di riconoscersi in un certo tipo di struttura di personalità, arrivando a comprendere in profondità le dinamiche che entrano in gioco nella relazione con gli altri e fornendo una direzione di “lavoro su di sé” per evolvere.

Diventa, in altre parole, una sorta di vocabolario comune con il quale decifrare i contenuti profondi dei messaggi che ci scambiamo e portare a una comunicazione autentica, adeguata alle situazioni, efficace e funzionale.

Perché mentre un contrasto a livello di contenuti può risolversi in uno scambio di opinioni o nell’accettazione che rimangano diverse, un conflitto, ovvero lo scontro a livello di relazione, se diventa perenne rischia di interrompere o distruggere la comunicazione e dunque il rapporto. E a nulla valgono sentimenti e passioni: la relazione può diventare un vero inferno, una lotta all’ultimo sangue come tra Oliver e Barbara in Guerra dei Roses.

La possibilità di cambiare invece c’è, a condizione di lavorare su di sé. E utilizzando lo strumento dell’Enneagramma il counseling è il percorso ideale per accompagnare le persone a fare chiarezza nelle loro relazioni, a comprendere le reciproche differenze e ad accettarle, a trovare un vocabolario per decifrare le reciproche lingue diverse, a scoprire strategie creative per affrontare malesseri e disagi, a valorizzare le proprie e altrui risorse in vista di un bene comune.

E una formazione in Enneagramma può diventare utilissima per i counselor – e in generale i professionisti della relazione d’aiuto – che vogliono avere a disposizione uno strumento concreto ed efficace per lavorare con le persone, in individuale, in coppia e in gruppo.

 

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